Pandemia, isteria, ipocrisia: lettera aperta alla Presidente Tesei

31/ott/2020 15:16:12 BIZCOMIT.IT Contatta l'autore

rosa

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Spettabile presidente le scrivo questa lettera aperta come cittadino della Regione Umbria, come imprenditore e come padre.
La sua ordinanza di ieri è l’ultima di una serie di misure prese a livello regionale e nazionale che si susseguono incessanti e contradditorie, negando le promesse e le rassicurazioni di pochi giorni prima, sgretolate dal roboare dei numeri, che sembrano condurre in modo “inesorabile” ad un nuovo terribile lock down.
Purtroppo abbiamo fallito!
Siamo stati di nuovo travolti, dominati da tre elementi che ormai accompagnano senza tregua i nostri giorni e disturbano il sonno delle nostre notti: pandemia, isteria e ipocrisia.
E’ ormai chiaro che il covid è una pandemia che si diffonde velocemente e provoca la saturazione altrettanto veloce dei sistemi sanitari, tanto più se l’unico rimedio adottato è la terapia intensiva.
Migliaia di contagi e poche centinaia di posti in terapia intensiva, con i media che mettono benzina sul fuoco aumentando la paura e l’autosuggestione e ingrossando le fila davanti agli ospedali, rischiano di farli saltare, insieme ai nervi dei nostri politici, sui qual la pressione del “dover fare qualcosa a tutti i costi” e la collegata gestione del consenso, diventano intollerabili!
Che situazione!
Il quadro si presenta funesto e la battaglia sembra decisamente impari.
Siamo nel panico, la paura ci incalza, e unita alla voglia di fare audience a tutti i costi anche e soprattutto con la tragedia, diventa isteria, una vera e propria isteria collettiva e nell’isteria tutto è falsato, tutto è amplificato, tutto diventa insostenibile, tutto diventa possibile.
L’unica via percorribile diventa la fuga, l’”uscire“ dalla situazione, in tal caso, in contraddizione, “il chiudere” sempre di più, il rifugiarsi in casa, scappando, nella speranza di non essere raggiunti.
Se la situazione è difficile e non sono certo io a negarlo e la fuga è una naturale forma di difesa, non può però rappresentare la strategia per affrontare e dare una soluzione a questo, come a tutti gli altri problemi personali e collettivi della vita.
Lo può essere in un primo momento, che abbiamo già vissuto, quando la sorpresa ti trova impreparato, ma poi hai il dovere di riflettere ed organizzarti, non puoi continuare ad avere paura, a scappare.
E’ qui la grande ipocrisia, fomentare la paura, per far si che si sia pronti ad accettare “la soluzione” qualunque essa sia.
Sembra di rivivere la situazione in cui, da piccoli, i nostri genitori, con metodi educativi discutibili, ci dicevano, se non volevamo dormire la notte, magari perché avevamo paura, che il letto era circondato di mostri e che dovevamo rimanere zitti zitti sotto le coperte senza muoverci, per poterci salvare.
Ottenevano il risultato auspicato ma non era la verità e sicuramente non ci aiutava a vincere le nostre paure e a crescere.
Quando si ha paura si è pronti a subire ed accettare tutto, pur di uscire dallo stato di angoscia che si prova, pur di essere rassicurati, pur di ricevere una “soluzione” che deve essere “ovviamente” la più rigorosa, la più estrema, la più esemplare, per non lasciare dubbi sull’”efficacia” dell’operato.
La pandemia non si affronta con l’isteria, con il susseguirsi di decreti che si contraddicono, di ordinanze paradossali che arrivano a chiudere la singola piazza e la singola via per poi vedere il giorno dopo affollate quelle vicine, con i campi da calcio dove giocano i nostri ragazzi chiusi e quelli di serie A aperti.
Non si affronta con l’ipocrisia, con l’azzeramento delle più basilari libertà, con il coprifuoco che tanto ricorda tempi che non avremmo mai voluto rivivere.
Il lock down non è una soluzione è un fallimento!
Non posso accettare lo stereotipo di mediocrità che ci siamo autocreati per cui non abbiamo coscienza civica, disciplina e rispetto, che siamo un popolo che può capire e evolvere solo con il bastone, io non mi sento e non mi voglio sentire così come penso molti di noi!
Non possiamo spazzare con un colpo di spugna anni di cammino verso l’evoluzione in nome di un’“emergenza”.
E se questa emergenza dovesse durare anni cosa faremo?
E se l’illusione del vaccino, venduto come la panacea di tutti i mali, fosse davvero un’illusione di fronte ad un virus che muta con velocità cosa faremo?
E se questo fosse il primo di una serie di flagelli che le condizioni in cui abbiamo ridotto il pianeta probabilmente ci porteranno, cosa faremo?
Ci costruiremo un bunker dove essere rinchiusi con decisioni prese dall’alto?
E’ questo quello che vogliamo, è questa la soluzione al problema?
La verità è che non c’è una soluzione al problema, non può essere eliminato, ma c’è solo un modo sensato di affrontarlo, di conviverci senza farsi sopraffare. Non si può vietare alle persone di vivere, ma si può forse comprendere insieme come si può vivere in modo diverso.
Si può forse iniziare a vedere il problema per quello che è, riportandolo alla sua giusta dimensione.
Non ha senso martellare con le cifre dei contagiati che crescono al ritmo di migliaia se sappiamo benissimo che la maggior parte sono asintomatici.
Non possiamo certo sminuire il numero dei morti ma dovremmo discernere da chi muore con il covid anche e soprattutto per altre malattie pregresse da chi, completamente sano, muore di covid, forse è questo il dato rilevante e sarebbe molto diverso da quelli che i media ci propinano incessanti.
Sarebbe anche interessante volgere lo sguardo su altri numeri, altrettanto significativi, come per esempio sul numero annuo di decessi in ospedale per cause diverse da quelle registrate in ingresso le cosiddette “infezioni ospedaliere” che nel solo 2016 hanno raggiunto il numero di 49.000, o i dati Istat sulle cause di morte: gli ultimi aggiornati disponibili sono relativi al 2017, su un totale di morti pari a 650.614 (che rappresenta circa l’1 della popolazione) scopriamo che 230.000 sono legate a malattie del sistema circolatorio, 180.000 dai tumori e, udite, udite più di 53.000 a causa di malattie del sistema respiratorio di cui 13.516 sono legati alla polmonite.
E’ chiaro che se leggiamo solo i dati relativi ai morti di covid di persone sane (che sono quelli rilevanti) e li confrontiamo con questi dati ufficiali, capiamo che non esiste solo il covid e cambia, e di molto, la percezione delle dimensioni del problema in termini di impatto reale.
Il covid fa sicuramente meno paura, possiamo iniziare a vedere una luce ad aprirci invece di chiuderci.
Una volta capiti i numeri reali possiamo concentrarci su possibili rimedi che non risolvono ma attenuano.
Forse non c’è solo la terapia intensiva (o c’è solo per i casi di estrema urgenza) mentre per gli altri, come per tutte le malattie possiamo provare a parlare di prevenzione.
Perché non si dice a gran voce la cosa più banale e scontata: che la difesa più importante ad ogni tipo di malattia è lo stato di salute del nostro sistema immunitario che si tutela con uno stile di vita e un’alimentazione adeguata?
Forse non c’è interesse a dirlo?
E se la prevenzione non basta forse non è il caso di investire seriamente non su un vaccino che è chiaramente improbabile e strumento più di business che di cura, ma sulla ricerca legata ad una cura efficace, che possa prevenire per i soggetti a rischio e limitare gli effetti nelle situazioni di emergenza rendendo questo “mostro” molto più facile da combattere, come abbiamo fatto per tante altre malattie?
Eppure ci sono stati degli esempi anche significativi ma sono stati ignorati se non osteggiati come se trovare una cura non fosse una priorità.
E prevenire significa anche organizzarci in modo diverso, sapevamo benissimo che ci sarebbe stata in autunno una seconda ondata, abbiamo avuto dei mesi per organizzarci e non lo abbiamo fatto, non abbiamo lavorato sulla prevenzione e la consapevolezza dei cittadini, sull’adeguamento delle strutture.
Dovremmo forse iniziare ad alzare la testa e ad affrontare questo problema come ci hanno insegnato i nostri padri ad affrontare tutti i problemi, con calma, con serenità, con verità, vedendoli per quello che sono, senza isterie e ipocrisie, con consapevolezza e libertà.
Forse dovremmo tirare fuori la testa dalla sabbia a convivere con questa malattia che è una come tante altre, dimenticate, paradossalmente in tale periodo nemmeno curate e sicuramente più rilevanti e letali.
Il covid può essere gestito in modo diverso, non c’è solo il lock down che ha una serie infinita di effetti dannosi collaterali, e ci sono degli esempi illustri che hanno aperto la strada.
La Svezia non ha fatto lockdown, non ha tolto nessuna libertà democratica, non ha bloccato l’economia, ha fatto opera di sensibilizzazione, di educazione, di responsabilizzazione definendo due regole molto semplici ed efficaci: distanziamento sociale e utilizzo della mascherina nei punti di contatto e ha avuto in termini proporzionali rispetto al numero della popolazione meno morti dell’Italia.
Non ci sono in fondo altre regole da definire se non queste creando una cultura in tal senso, sensibilizzando, educando e dove non basta controllando senza reprimere, insegnando a vivere in modo diverso, adeguato quello che è un popolo in un paese che si dichiara evoluto e democratico e non un branco di pecore o peggio di schiavi.
Sono due filosofie diverse quella dell’isteria e dell’ipocrisia a cui segue la sfiducia e la costrizione e quella della lucidità, della consapevolezza a sui segue la liberta e la democrazia, i risultati saranno molto diversi sotto diversi punti di vista.
Sta a noi scegliere quale vogliamo percorrere in questa occasione e nella storia, sta a noi decidere, in primis a lei come Presidente come istituzione e a noi come cittadini, da che parte stare in un momento così delicato.
Sta a noi insieme, istituzioni e cittadini, difendere la civiltà che si è costruita con dure battaglie, sta a noi come imprenditori e lavoratori recuperare la nostra dignità e libertà di esistere e lavorare, sta a noi come padri lasciare ai nostri figli questi valori, la forza e il coraggio di affrontare la vita nel bene e nel male, a testa alta.
I nostri giovani sono oggi additati come i “colpevoli” della diffusione e privati di tutto, della scuola, dello sport, della socialità, del diritto di divertirsi e gioire, perché c’è un problema, perché loro “sono” il problema.
Il problema siamo noi non loro, isterici e ipocriti, spaventati e incapaci di dare una risposta diversa a noi e a loro che non sia fuga e repressione.
Non penso che così vinceremo, non penso che la chiusura totale nel giorno di Halloween, ricorrenza paradossalmente calzante in tema di rapporto simbolico con la paura, sia una soluzione pratica ed efficace.
Presidente, non abbia paura.
La sua meravigliosa regione e il suo popolo sono capaci di affrontare la paura, hanno avuto esempi importanti di coraggio a cui ispirarsi.
Come diceva Borsellino “chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola”.
Forse stiamo morendo ogni giorno, o anche più volte al giorno quando accendiamo la radio o la televisione o ci colleghiamo ad internet, stiamo morendo alla nostra dignità, alla nostra libertà, alla nostra capacità di reagire e di vivere, stiamo morendo a noi stessi.
Non voglio sentirmi come quel bambino spaventato che ubbidiva per paura, non voglio dare ai miei figli una cultura di paura e sottomissione ma una cultura di verità, libertà e coraggio.

Francesco Micci

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