Lorenzin: "Non facciamo come i maschi"

06/mar/2014 18:21:57 informazionenews Contatta l'autore

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ROMA - Questo è un otto marzo che vede otto donne sulla poltrona di ministro. Le mimose in natura sono quasi tutte appassite prima del tempo, per questioni climatiche, ma l'aria che tira, secondo Beatrice Lorenzin, responsabile del dicastero della Sanità, (unica sopravvissuta, in quota Alfano, del precedente governo Letta), è un'aria carica di promesse: "Nonostante la crisi, può essere il tempo delle donne, perché si affermino come persone e, contemporaneamente, impongano, senza omologarsi, il valore di una differenza". Non è esattamente un linguaggio femminista classico ma Lorenzin, femminista, non lo è mai stata: "Nella mia famiglia ho avuto figure di riferimento femminili molto forti, questo sì. Le mie nonne mi hanno insegnato due cose preziose: la dignità del lavoro e il rispetto che uno deve a se stesso in quanto persona".

Ministro, la società italiana è fragile e ancor più lo sono le donne. Ad una ventenne di oggi cosa direbbe?
"Direi che ogni generazione deve assumersi le proprie responsabilità, farsi carico del proprio tempo. Bisogna scommettere sul futuro nel contesto dato. Mio padre e mia nonna, da esuli di Pola, hanno dovuto ricostruirsi una vita dalle macerie, senza voltarsi indietro, senza piangersi addosso. Alle ragazze - ma anche ai ragazzi di oggi - dico che c'è un linguaggio della dignità da esercitare, che il rapporto tra i sessi va coltivato. Dal rispetto delle reciproche differenze nasce il maggior antidoto alle violenze verso le donne. Leggiamo di stupri, di mercificazioni del corpo femminile ma va detto che, per fortuna, c'è anche dell'altro. Ci sono donne, di cui si parla poco, che si affermano nel campo della ricerca, che diventano protagoniste in politica...".

La sensazione è che gli otto ministri donne, indubbiamente un'immagine positiva di evoluzione dei costumi italiani, finiscano però per essere ancora una bandiera maschile. Per dire: nel mio governo sono otto, tu ne avevi solo sette...
"Intanto prendiamoceli questi spazi! Io sono per la politica dei piccoli passi. Insieme a Sesa Amici abbiamo lavorato per ottenere la norma sulla doppia opzione di preferenza. Ad alcune sembrava troppo poco, si lamentavano. Però così si va avanti. Usiamo i nostri ruoli, facciamolo con sensibilità femminile, senza snaturarci, per fare cose migliori e non uguali ai colleghi maschi. E da lì aiutiamo l'ascesa di altre donne, sempre in modo meritocratico, però".

Lei è l'unica ministra sopravvissuta del governo Letta. Dà l'idea di essere piuttosto resistente. Qual è il segreto?
"Dica pure che sono una masochista. Ho sempre messo la politica davanti a tutto. Ma è un prezzo che non bisognerebbe pagare. Non è giusto, è snaturante, non va bene".

Perché nel giorno del giuramento del nuovo governo le cronache si sono occupate dei vostri tacchi, dei tailleur, del taglio dei capelli?
"Ecco: questa è la dimostrazione che c'è ancora molta strada da fare, che la battaglia culturale non è finita. Perché nessuno si è occupato degli abiti da cerimonia dei miei colleghi?".

Come ha fatto ad avere come leader Berlusconi, non proprio un esempio di considerazione per il mondo femminile?
"Assieme a Nunzia De Girolamo sono socio fondatore di un altro partito, il Nuovo Centro Destra. Questo è il mio presente. Quanto al mio passato, mai nessuno mi ha fatto avances forse perché la mia risposta sarebbe stata pesante. Comunque in giro c'è sempre chi è propenso a farle e a riceverle".

Il suo ministero tocca la vita delle persone. Molte sono state le donne che l'hanno guidato. C'è una differenza di sensibilità, una cifra che distingue l'approccio di un genere rispetto ad un altro su tematiche, anche drammatiche, come, ad esempio, il caso Stamina?
"Anselmi, Garavaglia, Bindi, Turco: tutte hanno lasciato un segno. Tutti ministri politici - e sottolineo politici - donne. Per me questo incarico è diventato una cosa forte: mi commuovo, sto male, mi arrabbio. La Bindi è passata attraverso il caso Di Bella, io sono alle prese con Stamina. Ci vuole compassione ma anche fermezza".

Da cosa deriva la sua fama di tosta?
"Vengo da una famiglia di donne forti, autonome e indipendenti. Donne semplici come mia nonna Emilia, istriana di Medolino, sfuggita alle foibe. Di quel dramma parlava pochissimo, fu sempre anticomunista. L'altra nonna, Corrada, è stata invece un'attivista comunista, sempre in giro a distribuire l'Unità. Le potrei citare anche zia Olga, partigiana, tessera del Pci fino all'invasione dell'Ungheria e poi, insieme alle altre sorelle, convertita al socialismo. Donne che hanno lavorato, fatto le casalinghe, hanno vissuto più di una vita, cadute in disgrazia, rinate, sempre con il sorriso".

Che cosa le hanno insegnato?
Il valore della dignità, sia sul lavoro, sia nella scelta, altrettanto dignitosa, di occuparsi solo dei figli. E poi l'autostima. Avevo 4 anni è già sapevo che mi dovevo rispettare come persona".

 

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