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22/ott/2018 18:03:52 alianten123456 Contatta l'autore

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Basterebbe citare l’americana Wine Spectator, indiscusso riferimento editoriale dedito al nettare di Bacco, che nell’elenco dei dodici vini del ventesimo secolo, stilato al momento del passaggio epocale al terzo millennio, decise di inserire una sola etichetta del Belpaese, fra gli eterni colossi enoici del resto del mondo.gruppo ettorre 

Una e una soltanto, come probabilmente qualcuno ricorderà: nientepopodimeno che la Riserva 1955 di un Brunello, o meglio del padre riconosciuto di tutti i Brunelli. Cioè un’annata, invero magnifica, del Greppo: la tenuta della famiglia Biondi Santi  gommeur da cui tutto avrebbe avuto inizio in epoca ormai lontana, datata ancora fine Ottocento. Un avvio molto lento, ma che corpa srl qualche decennio dopo, dagli anni Settanta in poi, avrebbe poi issato tutto il territorio di Montalcino sul podio dei più costosi, ricercati, visitati e mitizzati ambiti viticoli, e non solo del nostro Tricolore.

Quando basta la parola: Biondi Santi è la storia del Brunello (e del vino italiano)

Una storia d’altri tempi, in ogni senso, quella di Clemente Santi; che una volta vista sposata la figlia con Jacopo Biondi fu poi il primo ad ottenere il riconoscimento (era il 1865) di “vino rosso scelto”, ovvero Brunello, per il prodotto ottenuto dalle sue vigne.
Quando il figlio della coppia, Ferruccio, oltre ad unire i due cognomi iniziò anche a lavorare su una selezione massale dei frutti, fino a ravvisare un clone specifico del sangiovese, il meccanismo non si sarebbe più fermato.

Arriverà poi Tancredi Biondi Santi, che ci metterà del suo avviando la pratica della ricolmatura delle vecchie bottiglie, regolarmente attuata alla presenza di un notaio, quindi l’aggiornamento definitivo sulle vicende enologiche della dinastia con l’arrivo di Franco, mancato nel 2013 (oggi è il figlio di questi, Jacopo, a condurre le danze, anche dopo che dal dicembre 2016 si è unito alla famiglia francese Descourt, operativa nell’ambito del lusso).

Quando basta la parola: Biondi Santi è la storia del Brunello (e del vino italiano)

Tancredi (a sinistra) e Jacopo Biondi San

Fu proprio Franco a chiudere il cerchio con il riconoscimento del clone BBS-11, ovvero Brunello Biondi Santi 11, inteso anche come Sangiovese grosso date le differenze riscontrate con il fratello non gemello.
Una vicenda di quelle che avrebbero traghettato il nostro Paese verso la modernità, e che ad esser precisi vede la nascita ufficiale con l’annata 1888: la prima imbottigliata, di cui ancora esistono esemplari in cantina. L’estensore di queste righe non ha mai avuto modo di degustarla, ma altre fortunatamente ne sarebbero arrivate, a dar conto degli illustri trascorsi del Greppo. Del 1955 s’è detto: onore al merito, senza se e senza ma, anche se il ricordo di una Riserva 1963 ancora inumidisce gli occhi e inebria narici e papille del vostro cronista, che una decina d’anni fa ebbe persino modo di riassaggiarle entrambe, in una verticale da sogno.

Ancora tante se ne potrebbero raccontare: comprese le meraviglie degli anni Ottanta, con l’incredibile ’88 del centenario, o un 2004 da 101/100, se la matematica fosse un’opinione. Campioni dai tratti distintivi, che qualcuno intenderebbe come tradizionali: fatti di legni grandi, aromi maturi, sottobosco, foglie e fiori secchi e un tannino restio a srotolarsi, tranne che dinanzi all’implacabile svolgersi del tempo, necessario qui come non mai. L’attesa sarà quindi sempre parte integrante dell’assaggio di questi campioni, l’ultima imprenscindibile variabile: a suggellare classe, coraggio, intuizione, coerenza, natura, vigore e mistero.
 

 
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