I PRESEPI SALERNITANI COMPIONO 25 ANNI APERTA LA MOSTRA

08/nov/2019 13:56:04 WBE NEWS Contatta l'autore

La Mostra dei Presepi compie 25 anni

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L’Associazione culturale TERTIO MILLENNIO ADVENIENTE di Salerno inaugura nel centro storico
Nel cuore del centro storico di Salerno, dall’8 novembre 2019 al 12 gennaio 2020 dalle ore 16.00 alle ore 21,00, a Piazza Giacomo Matteotti, al piano terra del Palazzo Piantanova al via la Mostra Presepiale Città di Salerno organizzata
dal Presidente dell’Associazione culturale TERTIO MILLENNIO ADVENIENTE Ciriaco Russomando, per tutti Chicco, salernitano classe 1970. Giunta alla sua XXV edizione, la Mostra presenta al pubblico una ricca collezione di presepi provenienti dalla Campania e regioni limitrofe, all’insegna della tradizione e dell’innovazione.
Artigiani di professione e appassionati provenienti da ogni angolo della Campania, del Lazio, della Puglia e della Basilicata esporranno le loro opere,
frutto originale dell’inventiva e della capacità creativa di ogni artista. Nel corso della Mostra sarà possibile ammirare la realizzazione di un Albero di
Natale completamente fatto di materiale riciclato dai ragazzi disabili di Istituti scolastici salernitani, quest’anno a tema delle Luminarie di Salerno. Ciriaco, Chicco Russomando ci ha rilasciato un’emozionante intervista in esclusiva, nella quale traspare la tradizione dell’arte del PRESEPIO.
Ma scopriamo le origini, la passione e l’emozione di tutto questo direttamente dalla sue parole:
Fin da bambino ho sempre amato il presepe, che nella mia famiglia veniva allestito, per tradizione, già dai primi giorni di dicembre. L’allestimento era quello povero, con l’impiego di materiali disponibili in casa, legno, cartone, carta di
vecchi giornali. Allora si usavano i colori in polvere, da sciogliere in acqua, polveri di vario colore per colorare le rocce, le montagne, i prati. Servivano anche rametti secchi, muschio, ciottoli, che noi bambini ci divertivamo a raccogliere in giro già da molto tempo prima. La mia casa in quel periodo si riempiva di odori inconfondibili, ancora presenti nella mia memoria. L’odore dominante era quello della colla di pesce. Noi bambini eravamo gli aiutanti da una zia sorella del mio papà, che in quel periodo si trasformava in vecchio operaio di cantiere: i suoi tanti anni, come per magia, scomparivano per la metamorfosi in giovane lavoratore a cottimo. Veniva allora il momento della decisione importante: quella di selezionare i pastori validi, scartando quelli zoppi o decapitati, anche se si era combattuti dal desiderio di salvare quelli zoppi, nascondendo nel muschio le loro menomazioni.

Finalmente, dopo tanti giorni di lavoro, il presepe era abbozzato; si trattava ora di addobbarlo, rispettando personaggi, interpreti e scenografia, e in questo
campo ognuno si sentiva autorizzato a mettere mano.
Ma, con un intervento dittatoriale severissimo, entrava in scena la pro zia Pupella che si arrogava l’esclusiva dell’addobbo dopo aver combattuto contro il terribile assalto di mio zio, che anelava, per lo meno, a sistemare le luci e la rotta del pescatore dalla quale doveva scorrere l'acqua del fiume. Mio zio si preparava alla battaglia brandendo un clistere da lui attrezzato per fungere da bacino idrico. Con quel trofeo in mano se ne ritornava sistematicamente sconfitto alla base.
La grotta della Natività, e questo tutti lo sapevano in famiglia, doveva essere opera di mia zia, che interveniva in maniera perentoria, stroncando anche la dittatura della pro zia Pupella. A questo punto la grotta del Bambinello
diventava di tutto un po’. Ricami a tombolo, stelline fatte col filo argentato, testine di angioletti ritagliate da vecchie cartoline di auguri, insomma un collage di naif e chincaglierie, e come giustamente nella tradizione, il sacro e il profano
si fondevano per rappresentare la Natività. I pastori erano, naturalmente, di terracotta, piuttosto grossolana; la macchiolina rossa che indicava la loro bocca a volte si trovava al posto del naso. Tutti i pastori dovevano essere sistemati nei posti rituali: la lavandaia nel fiume, il pescatore pure, il che a volte creava delle sproporzioni tra i due personaggi, francamente inaccettabili.
Tra i pastori venivano sistemate le pecore, che ogni anno aumentavano di numero perché quelle zoppe non si aveva il coraggio di buttarle via; esse
venivano affondate nel muschio, dove fingevano di essere distese a riposarsi.
Finalmente il presepe era terminato per il giorno 8, giorno dell’Immacolata e dell';onomastico della pro zia Pupella. Per quel giorno doveva essere pronto, e pronto era!
I miei ricordi più belli di questo giorno erano quando al buio, spente tutte le luci della stanza, il presepe si illuminava e io assaporavo questo momento, e sognavo, immedesimandomi in ogni parte del presepe. Una sera mi trovavo da
solo, incantato, e la voce di mia madre mi riscosse dal sogno. « Chiccariè... ma che staie facenne sulo... loco ‘nnanze?». E io risposi che volevo sapere perché Benino, il pastorello dormiente, lo si metteva sempre in alto e sempre nello
stesso posto. E mamma mi rispose: «Pecché accussì è l’usanza. Add'a stà llà! e basta!... È stato sempe accussì!» Capii allora che nelle usanze non ci sono spiegazioni.
Chi cerca in esse la logica è destinato a rimanere deluso. Bisogna solamente viverle, sognarle, e lasciare che ti parlino con il muto linguaggio della poesia e dell';amore.
“ il presepio è una scuola di vita, dove possiamo imparare il segreto della vera gioia. Questa non consiste nell’avere tante cose, ma nel sentirsi amati dal Signore, nel farsi dono per gli altri e nel volersi bene”. Il Natale spesso è una festa rumorosa ci farà bene stare un po’ in silenzio, per sentire la voce dell’Amore;.
Giovanni Cappuccio

 

 

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