COMUNICATO STAMPA | La ricerca dell'identità (al tempo del selfie)

05/feb/2019 21:27:11 Comitato Trieste Contemporanea Contatta l'autore

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COMUNICATO STAMPA 
Con gentile preghiera di diffusione



Trieste, Studio Tommaseo (via del Monte, 2/1) 
LA RICERCA DELL’IDENTITÀ (AL TEMPO DEL SELFIE)
Claudio Ambrosini, Luigi Arpini, Cristiano Berti, Marc Camille Chaimowicz, Fulvio Dell’Agnese, Małgorzata Dmitruk, Diego Esposito, Patrick Faigenbaum, Katja Fleig, Giovanni Floreani, Manuel Frara/interno 3, Daniela Gattorno, Giulia Iacolutti, Laure Keyrouz, Ian McKeever, Samir Mehanović, Cristiana Moldi Ravenna, Lada Nakonechna, Remo Rostagno, Mario Sillani Djerrahian, Sonia Squillaci, Leon Tarasewicz, Stefano Triberti, Gian Carlo Venuto, Marijana Vukić Pende, Andrzej e Teresa Wełmiński. Una co-produzione Associazione ArtSpace e Trieste Contemporanea, a cura di Giuliana Carbi Jesurun e Gabriella Cardazzo.

MOSTRA
3, dal 9 febbraio al 22 febbraio 2019

Opere di: Luigi Arpini, Marc Camille Chaimowicz (Francia), Giulia Iacolutti, Ian McKeever (Inghilterra), Samir Mehanović (Bosnia), Cristiana Moldi Ravenna, Leon Tarasewicz (Polonia), Andrzej e Teresa Wełmiński (Polonia).


SABATO 9 FEBBRAIO 2019
ore 18, INAUGURAZIONE. 
ore 19, FILM DI SAMIR MEHANOVIĆ.
ore 19.30, DIALOGO CON GLI ARTISTI.



Andrzej e Teresa Wełmiński, dalla serie Esse est percipi 2

Nel terzo appuntamento espositivo del progetto saranno 8 i contributi al dibattito sull'identità. LUIGI ARPINI, drammaturgo che affianca al teatro diverse discipline, propone una riflessione sul tema dell'identità da un punto di vista prettamente filosofico; MARC CAMILLE CHAIMOWICZ, artista franco-polacco di fama internazionale residente a Londra, incrocia diversi stili e tecniche sfidando le tradizionali divisioni di categoria tra arte e design in un incessante gioco tra materiali, forme e colori; la fotografa documentarista e artista visuale GIULIA IACOLUTTI, con il suo progetto socio-visuale Casa Azul (2016-2017) ripercorre lo stato di “doppia” reclusione vissuto da cinque donne trans detenute in un carcere maschile di Città del Messico; IAN McKEEVER, grande artista inglese membro della Royal Academy, che pone al centro del suo impegno artistico la pittura astratta,  riflette sulla natura mutevole dell'essere umano e sulla sua costante ricerca di una perfezione di identità che è irragiungibile; il film Through Our Eyes (2018) del regista bosniaco SAMIR MEHANOVIĆ, già autore del documentario The Fog of Srebrenica sul massacro di Srebrenica e rifugiato egli stesso della guerra bosniaca degli anni '90, racconta le storie recenti dei rifugiati della guerra siriana; poiché per CRISTIANA MOLDI RAVENNA “la mia identità si individua nella forma della mia testa, del mio cranio”, l'artista veneta analizza questa trasmissione dell'identità e la ritrova nell'aspetto fisico della sua famiglia, riproponendo anche l'importanza della memoria dei sensi; LEON TARASEWICZ, uno dei principali pittori polacchi contemporanei, con il suo testo Gerusalemme (2018) racconta le sue riflessioni sulla città dove le religioni si incontrano “sotto lo stesso cielo”; l'installazione Esse est percipi 2 del duo polacco ANDRZEJ e TERESA WEŁMIŃSKI, autori di numerosi spettacoli rappresentati in teatri e festival europei, indaga sulle condizioni instabili dello spettatore, attraverso la collocazione in punti diversi di  5-7 scatole, ognuna della quali ha un foro dal quale l’occhio di un osservatore ci segue.

INFO:
Trieste Contemporanea
info@triestecontemporanea.it
www.triestecontemporanea.it
+39 040 639187

sede: Trieste, Studio Tommaseo, via del Monte 2/1
orario di apertura: mart.-sab. 17-20
ingresso libero
leggi il programma e gli approfondimenti a: http://www.triestecontemporanea.it/news.php?id_news=337&id_m=2&l=e&l=i
evento facebook: https://www.facebook.com/events/1115935818579458/


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Schede della mostra 3:

LUIGI ARPINI
Io vado dove sto tornando, 2018
testo
 
Se l’uomo non svanisse mai come il fumo su Toribeyama, ma durasse per sempre in questo mondo, quante cose perderebbero il loro potere di commuoverci. La cosa più preziosa nella vita è la sua incertezza, Kenkō Yoshida
La gente sacrificherebbe qualunque cosa, ma non le proprie emozioni negative. Il fatto è che la maggior parte delle persone vive immersa nei propri «io» negativi. Se toglieste loro le emozioni negative essi, semplicemente, crollerebbero e svanirebbero in fumo. E che cosa avverrebbe di tutta la nostra vita senza le emozioni negative? Che avverrebbe di ciò che noi chiamiamo «arte», del cinema, del dramma e della maggior parte dei romanzi?, P. D. Ouspensky 
Non accadrebbe nulla. Non esisterebbero. Questo viaggio chiamato ricerca allora dove pensiamo di condurlo? Esiste veramente una nostra volontà? No, non esiste. Bisognerebbe sfatare il mito d’una ricerca personale dell’identità: nella natura in cui siamo, di cui facciamo parte, essa accade. Il nostro sforzo è quello di assecondarne l’energia, non di usare un istinto volitivo di dovere e poter cambiare le cose. Io vado dove sto tornando. In una linea che non è dritta, rigida. È una linea circolare - forse a spirale, non so… Vado semplicemente dove sto tornando. Quello che accade durante, prima o dopo, devo cercare solo di assumerlo. Conviverci e lasciare andare. (Luigi Arpini)
 
Luigi Arpini si diploma all’Accademia Teatrale Alessandro Fersen di Roma; fa parte della compagnia Cricot 2 diretta da Tadeusz Kantor (1980-1992); collabora con Yoshi Oida alla messa in scena di testi sul teatro classico giapponese; con alcuni membri del Cricot 2 fonda il teatro Alkahest; e drammaturgo presso il Centro di Sperimentazione e Ricerca Teatrale di Pontedera (1994-1997); collabora con l’Agenzia letteraria Studio Nabu di Firenze; collabora con il gruppo ArtSpace. Dal 1997 affianca al teatro l’attività letteraria. Pubblica “L’illusione vissuta, viaggi e teatro con Tadeusz Kantor” (Titivillus Edizioni 2002).


MARC CAMILLE CHAIMOWICZ
Café du Rêve, 1985
installazione, 2 fotografie, libro, testo

È difficile definire con precisione l’influenza del lavoro di Chaimowicz, ma chiunque abbia familiarità con la sua arte concorda sul fatto che è sostanziale. Sono le sue stanze immaginate, così evocativamente arredate da suggerire una storia? O i suoi classici disegni, che suggeriscono parti astratte di corpo o le parentesi fratturate che appaiono su tutto, dalla carta da parati ai murales, alla stoffa? Il suo persistentemente gioioso senso del colore? Molto probabilmente, è il fatto che in Chaimowicz è anarchicamente assente ogni distinzione tra arte pubblica e vita privata che lo rende un pioniere e anche un enigma (da Gaby Wood, This Artist’s House Is Not a Home, “The New York Times Style Magazine”,  15 marzo, 2018). 

Marc Camille Chaimowicz (Parigi, 1947) nasce nella Parigi del dopoguerra da padre ebreo polacco e madre cattolica francese. Quando l’artista ha otto anni la famiglia si trasferisce a Londra, dove egli ancora risiede. Il suo lavoro (pittura, disegno, collage, scultura, installazioni, arredamento, illuminazione, ceramica, tessuti e carta da parati) sfida le divisioni di categoria tra arte e design. Sue opere si trovano nelle collezioni del MOMA, del Tate Modern e del Victoria and Albert Museum. La sua prima mostra personale in un museo degli Stati Uniti è ora in mostra al Jewish Museum di New York.

GIULIA IACOLUTTI

Casa Azul, 2016-2017

progetto fotografico

 

Casa Azul è un progetto socio-visuale sulla storia di vita di cinque donne trans detenute in uno dei carcerari maschili di Città del Messico. Il progetto mostra il processo di costruzione identitaria e le pratiche corporali di persone i cui corpi sono considerati doppiamente abietti a causa della loro identità e della loro condizione d’isolamento. Le detenute trans, costrette a vestirsi di blu,  soprannominano la prigione “la casa blu”, evocando la prigionia subita dai corpi stessi. Attraverso processi di stampa che permettono l’uso dei colori stereotipati del genere (il blu che evoca l’identificazione passiva e il rosa che parla del sé), Casa Azul mostra l’eterna lotta binaria che queste persone devono affrontare per essere quello che sono: donne.

 

Giulia Iacolutti, fotografa documentarista e artista visuale, si dedica principalmente ai suoi progetti personali tra l’Italia e l’America Latina. Dedita alla ricerca narrativa,  oltre alla fotografia, utilizza differenti linguaggi e supporti per esplorare temi di natura politico-socio-culturale relazionati alle lotte di resistenza identitaria. Il suo lavoro è stato esposto in Argentina, Colombia, Italia, Messico, Spagna e Stati Uniti. Tra gli ultimi riconoscimenti le nomine al Joop Swart Masterclass, al 6x6 Global Talent Program e al Foam Paul Huf Award.


IAN McKEEVER

senza titolo, 2018

testo

 

Ho sempre trovato impossibile riconoscermi un giorno dall’altro, Philippe Ricord.

Sia dentro la propria pelle, sia oltre, più uno cerca di essere perfetto nel mondo, anche per un solo momento, meno ci sarà. (Ian McKeever)

 

Ian McKeever ha iniziato a dipingere nel 1969 a Londra, affittando uno studio da SPACE dopo la laurea in letteratura inglese. La sua prima mostra personale è arrivata quattro anni dopo all’ICA di Londra. Nel 1989 riceve la prestigiosa borsa di studio DAAD a Berlino, seguita nel 1990 da una sua grande mostra retrospettiva alla Whitechapel Gallery di Londra. Nei primi anni il suo lavoro è sul paesaggio, riflettendo i suoi numerosi viaggi in luoghi come la Groenlandia, la Papua Nuova Guinea e la Siberia. I riferimenti diretti al paesaggio si diradano a metà degli anni ‘80 quando il suo lavoro diventa più astratto, crescendo l’interesse per il corpo umano e le strutture architettoniche. Nel corso degli anni la qualità e la presenza della luce diventano sempre più importanti nella sua pittura. Ha ricoperto varie posizioni di insegnamento: è stato guest professor alla Städel Akademie der Kunst di Francoforte e professore di disegno alla Royal Academy Schools nel 2006-2011; dal 2001 è visiting professor di pittura all’Università di Brighton.


SAMIR MEHANOVIĆ

Through Our Eyes, 2018

film, 70’

 

Scioccato dal modo in cui si da informazione della guerra siriana in Occidente, mi sono chiesto quanto vicini possiamo essere alle storie vere di chi è coinvolto dalla guerra. Per me, la sofferenza del popolo siriano richiama i ricordi della guerra in Bosnia di 20 anni fa. Sono cresciuto giovane uomo in zona di guerra tra il 1992 e il 1995, e dalla guerra in Bosnia anch’io sono stato annientato. Ho sperimentato i bombardamenti quotidiani, l’essere tagliato fuori dagli approvvigionamenti, ho visto i bambini feriti e uccisi. Sono ancor oggi traumatizzato dai ricordi. Quando sono arrivato a Edimburgo con la mia compagnia teatrale nel 1995, l’istinto di sopravvivenza è stato più forte del mio desiderio di tornare a casa. Sono diventato un immigrato clandestino. Avevo paura, mi nascondevo come un topo, temevo di essere rispedito in zona di guerra. Ricordo che un giorno di settembre camminavo per la strada ad Edimburgo. Ero veramente senzatetto e la pioggia scozzese mi entrava nelle ossa. Per me quel giorno è stato più difficile di tre anni di guerra. Tentavo di far passare il tempo girando per un centro commerciale, sono stato interrogato dalle guardie di sicurezza, avevo fame. Poi a tarda sera ho incontrato una brava persona che mi ha portato a casa sua. Mi ha consigliato di registrarmi come rifugiato e così sono diventato parte della società britannica. Questo spiega perché ho cercato il modo di far raccontare le loro storie ai rifugiati di oggi, perché mi sono sentito obbligato a fare questo film, Attraverso i nostri occhi. (Samir Mehanović)

 

Samir Mehanović è un regista di cinema e di teatro. Nato a Tuzla, Bosnia, vive in Scozia dal 1995. Ha girato questo film in tre anni dopo aver realizzato nel 2014 Silent War in Beqaa Valley. A un anno dal suo MA in Film e TV al College of Art di Edimburgo, inizia una densa carriera con il corto The way we played, premio BAFTA 2005. Realizza su commissione della BBC il film documentario sul massacro di Srebrenica The Fog of Srebrenica, premio IDFA 2015.


CRISTIANA MOLDI RAVENNA
senza titolo, 2018
testo 

La mia identità si individua nella forma della mia testa, del mio cranio. Rotondo come quello di mio nonno, il nonno paterno, con la testa da romano, derivando la sua famiglia, agricoltori e mercanti di cavalli con l’Ungheria, nei secoli dai gruppi di romani che si erano stanziati nella pianura padana e nel Veneto ad Annone Veneto forse all’epoca di Giulio Cesare. Il cranio è rivelatore del passaggio vita�“morte. Nel mio ‘fare arte’ tendo sempre a una circolarità, a un movimento all’interno delle parole o dei testi che scrivo, che riproduca una complessità o una novità di pensiero che deve trovare sintesi in varie forme di espressione. Ho raccolto immagini della mia famiglia in cui si vede chiaramente l’origine identitaria da mio nonno. Ho raccolto un’immagine del ‘600 in cui una lapide è circondata da teschi particolarmente rotondi. Si trova nel chiostro della chiesa di santo Stefano a Venezia. Ho trovato recentemente, conservato con amore, un cappottino di quando avevo un anno e la mia testa, come si vede nella foto, quasi rasata rivelava la forma sferica: il mio primo cappotto, color celeste chiarissimo e la fodera a quadretti rosa e celesti e i bottoncini rotondi di metallo dorato, Ho perfetta memoria del tatto di quella fodera. I sensi ci guidano, la memoria dei sensi è la traccia della nostra identità. (Cristiana Moldi Ravenna)

 

Cristiana Moldi Ravenna pone al centro del suo percorso di ricerca sia visuale che letteraria la codificazione linguistica. Tra il 1978 e il 1985 è coautrice con Guido Sartorelli di diverse mostre sulla decodificazione dei messaggi culturali nelle città (nel solo 1984 le ricerche Semiopolis, La città come mezzo pubblicitario, La città come strumento di comunicazione). Pubblica libri di poesia, testi per il teatro �“ fra cui Primo grillo Secondo grillo, che mescola simboli matematici ad annotazioni onomatopeiche e vince nel 1996 il Premio Nazionale di Teatro e Scienza a Manerba del Garda �“ e libri su Venezia (tra gli altri, Giardini Segreti a Venezia con Tudy Sammartini e Gianni Berengo Gardin, Arsenale, 1989).


 

LEON TARASEWICZ

Gerusalemme, 2018

testo

 

[…] sotto lo stesso cielo […] la Tohah, i Gospels e il Corano sussurrano le loro verità tra le antiche pietre. Ed è stato così per secoli e succede anche oggi. […] ...e non conosco un’altra città come questa che possa essere così controversa quanto desiderabile nella storia dell’umanità. […] …quando vivevo sul Monte Sion ho provato un senso di paralisi. Geenna era in fondo alla strada e all’orizzonte c’era il bosco sacro dove Cristo aveva insegnato. Il Golgota era a quattrocento metri dalla casa dove vivevo io. … e come dipingere in tale situazione, come ritrovarsi in tale realtà? …A lungo camminavo per le antiche strade riunendo i miei pensieri, evitando la gente, […] mi sentivo come un bimbo ingannato dall’iconografia ortodossa e dalle sacre immagini del Cattolicesimo. ...perché qui non trovavo niente dell’inquietante chiaroscuro delle icone contro lo sfondo dorato o le romaniche sfumature azzurrine. Tutto era riempito con i colori mistici gialli e arancio mentre le sfumature complementari erano color porpora. …quel momento mi obbligava a ripensare […] e non ero più tormentato dalla bocciatura per un disegno fatto per la classe di religione da bambino quando avevo disegnato il Mar Rosso con una matita rossa, come era possibile fare altrimenti? (Leon Tarasewicz,  giugno 2018)

 

Leon Tarasewicz (Waliły, regione di Podlasie, Polonia 1957) è uno dei principali pittori polacchi contemporanei. Nonostante l’identificazione con il suo luogo d’origine, evidente nei riferimenti alla natura e al paesaggio delle sue prime opere,  l’artista ricopre sistematicamente le tracce che potrebbero indicare la genesi del suo lavoro. Gradualmente, la struttura dei suoi dipinti ispirati alla natura diventa un’area accattivante e sensuale di gioco dei soli colori puri, intensi, stesi in strisce parallele. Sulle superfici dei suoi lavori di grande formato gli unici elementi determinanti sono il colore, la texture e la luce.


ANDRZEJ e TERESA WEŁMIŃSKI

Esse est percipi 2

installazione, carta resina, monitor, video

 

Diverse scatole di cartone (5-7) sono collocate in posti non significativi dello spazio espositivo: nell’angolo, sotto le scale, ecc. Ogni scatola ha un foro dal quale l’occhio di un osservatore ci segue. L’installazione si riferisce ai primi lavori del duo polacco sui temi dell’identità, dell’individualismo, delle condizioni instabili dello spettatore (da osservatore a guardone), ed è anche ispirata dai Sistemi Isolati e dalle questioni relative all’imparzialità dell’osservatore (Schrödinger: non siamo neutrali guardando la realtà, ma la influenziamo). Il titolo richiama le indagini di George Berkeley sull’”essere osservato” (l’esistenza di qualcosa dipende dall’essere percepita).

 

Teresa Wełmińska è attrice e regista. Laureata alla Medical Vocational School di Cracovia, nel 1976 - 1990 collabora con Tadeusz Kantor e recita nel Teatro Cricot 2; dal 1992, insieme a Andrzej Wełmiński, realizza progetti artistici, spettacoli e laboratori teatrali.

 

Andrzej Wełmiński è attore e regista. Ha lavorato con Tadeusz Kantor dal 1973 al 1990 e ha partecipato a tutte le produzioni e tournée del Teatro Cricot 2. Si è laureato nel 1977 in Arti Grafiche all’Accademia di Belle Arti di Cracovia. Come artista impiega diversi media (disegno, pittura, fotografia, oggetti e installazioni)  ed è associato alla Foksal Gallery e alla Krzysztofory Gallery. Con sua moglie Teresa è co-autore di numerosi spettacoli rappresentati in teatri e festival europei, tra cui Pages from the Book of ... (2012), premiato come miglior attore e miglior produzione al Festival Istrapolitana di Bratislava.


 

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